E tu… perchè hai scelto il nonprofit?

pubblicato mercoledì 19 novembre 2008 da Gianni Solfrini

E tu? Perchè hai scelto di lavorare nel nonprofit? Se vuoi entrare nel nonprofit, quali sono le motivazioni? Dicci la tua!!! Lascia un commento!!!

Ma perché un giovane alla ricerca del primo impiego o un professionista con anni di esperienza dovrebbe scegliere il nonprofit?

E’ ormai assodato che le condizioni retributive nel Terzo Settore sono un po’ meno favorevoli rispetto a quelle presenti nel mondo profit. Perché si dovrebbe scegliere un percorso economicamente più ostico? Ovviamente, le ragioni di questa scelta possono essere numerose, sicuramente soggettive. Tuttavia, sembra osservabile, tra chi abbraccia una causa sociale, una convinzione sulla necessità di unire reddito e significato, di fornire di senso la propria quotidiana prestazione lavorativa (elementi che ritiene di non poter rintracciare nelle Aziende profit).

Chi lavora nel nonprofit molto probabilmente ritiene che la propria scelta sia il modo migliore per coniugare talento e altruismo, tenacia e voglia di cambiamento, professionalità e ideali.

Non è un caso che molte Aziende profit abbiano notato questa necessità di senso, di unione tra stipendio e visione di un mondo più giusto, spingendole all’adozione di una varietà di strumenti di responsabilità sociale (per innalzare l’attenzione per il rispetto dell’ambiente e del benessere della comunità in cui operano) volti anche a costruire una immagine di impresa solidale e più umana.

E tu? Perchè hai scelto di lavorare nel nonprofit? Se vuoi entrare nel nonprofit, quali sono le motivazioni? Dicci la tua!!! Lascia un commento!!!

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22 Commenti

  1. alessandra dice:

    mi sono laureata nel marzo del 2008 in scienze storiche e politiche con 108/110. Questi anni di studio, e non solo, mi hanno fatto capire l’ipocrisia e la malvagità di chi ci governa. Ma in che mondo viviamo? in un mondo dove una coscia perfetta e magari rifatta conta più di un cervello,dove la villa di Briatore a londra è più importante di una qualsiasi informazione (studio aperto), ma lui poverino fa beneficienza…!
    Sono stufa di vedere gente che, si ritiene cattolica, va la domenica mattina a messa con la pelliccia di visone solo per fare invidia alla moglie di… e che si vanta di fare benificienza regalando ai poveri vestiti sporchi e usurati. Gente che quando vede un extra-comunitario inveisce contro dicendo loro:”perche non ve ne andata a casa vostra qui che assistenza possiamo darvi” o ancora “…del resto bossi non ha proprio torto”. E fanno beneficienza e sono anche cattolici.
    Non ho altro da aggiungere, vorrei solo un mondo dove le ricchezze siano equamente distribuite e dove ci sia meno sofferenza per tutti.

  2. erre79 dice:

    Io vorrei entrare nel no-profit per gli stessi motivi segnalati nell’articolo, per credere profondamente nella mia professione, investire sul mio bisogno di moralità nelle mie azioni e fare un ivestimento di lungo periodo su me stesso, che non si limitino quindi solo al più alto profitto.
    Al momento però sto lavorando nel for-profit perchè dalle mie ricerche ho visto che non c’è nessuna garanzia di una continuità di stipendio, sostentamento. Quindi per ora continuo a fare volontariato ma se fosse possibile un nel no-profit fare un lavoro con una continuità lavorativa, a livello di contratto o di consistenza dello stpendio io lo farei subito!
    altrimenti è molto ostica (per me ma penso per molti) accettare un percorso lavorativo che è un salto nel buio con serie probabilità di farsi del male.
    Ho sempre più la sensazione che dovremmo farci sentire molto di più presso il governo e la politica per fare in modo che ci ascolti di più e accolga le nostre istanze. I soprusi di certe parti politiche nei confronti del no-profit degli ultimi anni non sono più accettabili!!

  3. Gianni Solfrini dice:

    In effetti, Alessandra solleva un bel problema: c’è una bella differenza tra condividere una causa sociale (partecipando, anche emotivamente e in perenne tensione, al “problema”) e fare “distaccata” carità (in maniera tale da sentire di avere la coscienza a posto).
    Erre79 solleva un’altra questione (attualissima!): il nonprofit, se vuole crescere, ha bisogno di sempre maggiore professionalità (che, però, deve essere ricambiata da un apprezzamento anche economico e contrattuale). In Italia, a parte le grandissime organizzazioni e le cooperative sociali, le tante associazioni faticano a garantire percorsi professionali gratificanti anche in senso economico/contrattuale: noi cosa possiamo fare? E la politica… che deve fare?

  4. erre79 dice:

    Scusa Gianni ma tu vivi con il solo lavoro del no profit? Come riesci a vivere? e’ possibile viverci?
    Scusa ma io quando parlavo di “consistenza economica” pensavo a uno stipendio almeno di sopravvivenza ossia 1100/1200€ al mese non di gratificanti stpendi da top manager. E’ possibile una certa “garanzia” di uno stipendio simile? Io ho saputo di no almeno nel 50% dei casi.
    Facci sapere
    Grazie

  5. Gianni Solfrini dice:

    Erre79… hai pienamente ragione!!!
    Mi spiego… in Italia, la stragrande maggioranza percepisce meno di 1300 euro netti al mese.
    Questa cifra, tuttavia, non è una peculiarità del nonprofit, bensì è presente sia nel profit, sia nel nonprofit.
    Quindi, la scottante questione dei bassi salari (ed è veramente scottante) riguarda tutti (chi lavora nel nonprofit e chi lavora altrove).
    Tornando al Terzo Settore, la mia esperienza mi dice che il compenso di ingresso (per figure junior, senza nessun trascorso nel ruolo professionale) si aggira attorno ai 1000 euro mensili. Successivamente, col passare degli anni (con la maturazione di esperienza “vendibile” alle organizzazioni), cresce anche il compenso (specialmente se si va a lavorare in grandi organizzazioni, attente ai percorsi di carriera interna, dove un junior percepisce 900 euro, un “professionista” con 3-4 anni di esperienza 1600 euro, un senior referente di funzione 2000 euro).

  6. Rita Pennacchio dice:

    ciao,
    io lavoro in una onlus…a parte me ci sono solo altri pochi volontari. Tutto il lavoro si basa su di me. vi è un consiglio direttivo ma sono io che devo cercare i fondi, amministrare le spese, contattare i benefattori ecc ecc. Ora il punto è che questa onlus è molto piccola ma riesce a sostenere 300bambini orfani in Rwanda che ho conosciuto personalmente. ho iniziato con del volontriato nel 2003, controllando un pò di documenti, nl 2005 l’ho iscritta al registro onlus e così oggi mi ritrovo con la voglia di coninuare ad aiutare i ragazzi (ormai molti di loro sono all’inizio dell’adolescenza) ma non posso permettermi di dedicarmi completamente a questo lavoro. L’associazione può solo darmi un rimborso spese. Quanto vale la mia esperienza secondo te?

  7. erre79 dice:

    Grazie per la gentilezza.

  8. Gianni Solfrini dice:

    Cara Rita,
    il valore del tuo contributo per l’associazione in questione è a dir poco vitale. Tante persone operano all’interno di una organizzazione in qualità di unico operatore/referente rimborsato/retribuito. La gestione a tempo pieno (su tutti i fronti, amministrativo/contabile, di raccolta fondi, persone, progetti…) di una piccola organizzazione nonprofit solitamente viene riconosciuta attraverso un compenso pari a 1200-1300 euro al mese. Solitamente, per accedere alle posizioni come la tua, il più importante canale di accesso è la conoscenza diretta con l’organizzazione (non a caso, sei partita col volontariato e, possedendo stoffa e buon cuore, sei passata allo “status” successivo).
    A parte la questione retributiva (che ho accennato sopra), sottolinei altri due aspetti: presenza residua del contributo dei volontari e difficoltà nel reperimento fondi. Per quanto riguarda i volontari, si è mai fatta una campagna di reclutamento (successiva all’individuazione dei ruoli da assegnare ai volontari)? Per quanto riguarda il fund raising, che strumenti utilizzate (anzi…usi)? Facci sapere!!! Grazie mille per la testimonianza…

  9. Rita Pennacchio dice:

    la campagna di reclutamento è continua ma purtroppo i volontari scarseggiano comunque…forse sbaglio con l’assegnazione dei compiti da svolgere(lavoro d’ufficio: sistemazione dei documenti, traduzioni lettere bambini, o presenza negli stand per la raccolta fondi) Per quanto riguarda la raccolta fondi proposi già al consiglio 3 anni fa di permettermi di frequentare un corso di foundraising ma hanno rifiutato. ad oggi i fondi sono raccolti con una fitta rete di conoscenze (circa 1000 contatti in continuo aggiornamento)ed oltre ai pochi stand di raccolta fondi classici si organizzano cene di beneficenza o anche giornate per i bambini.

  10. Gianni Solfrini dice:

    Gentile Rita,
    faccio riferimento al reclutamento e alla gestione volontari (tema che mi interessa personalmente). In effetti, si può notare come non esistano ruoli “noiosi”, bensì ruoli sintonizzati sulle aspettative del volontario (aspettative che sono sempre soggettive). E’ sempre bene individuare prima il ruolo da ricoprire (anche con l’impegno di tempo richiesto e i benefit immateriali), poi utilizzare i canali di reclutamento. Sembra incredibile, ma la maggior parte delle persone che non fanno volontariato, non “donano” tempo… perchè nessuno glielo ha chiesto!!!

  11. NUR dice:

    Ciao a tutti! Volevo porre una semplice questione….. come si può essere retribuiti nel no profit …..a livello fiscale intendo? Io faccio parte di una ONLUS, purtroppo benchè noi tutti investiamo tanto tempo ed energie non riusciamo a trovare il canale fiscale che ci permetta di essere retribuiti.

  12. Gianni Solfrini dice:

    Salve NUR! Restiamo in attesa di commenti alla tua domanda da parte degli iscritti al sito. Nel frattempo, ti chiedo di specificare meglio il tuo quesito. Le ONLUS possono sicuramente stipulare contratti di lavoro (subordinato, collaboratore, prestazione occasionale, …)… In che senso non riuscite ad individuare la strada per la stipula di singoli contratti di lavoro? Tutte le organizzazioni possono avere collaboratori retribuiti… Facci sapere!

  13. Rita Pennacchio dice:

    diciamo che ruoli noiosi non esistono ma quando parlo con un potenziale volontario mi rendo conto ce si aspettano di…salvare il mondo, rimanendo poi delusi del lavoro che svolgeranno. Mi riferisco soprattutto ai pensionati che i affacciano al volontariato poco prima di andare in pensione. Un’altra fascia di età molto interessante sono gli adolescenti che però hano il difetto di non essere costanti..

  14. Gianni Solfrini dice:

    Gentile Rita… giustissimo quello che dice!!!
    Sono sempre più convinto che, individuato con precisione il tipo di lavoro da assegnare al volontario, l’incontro con i potenziali volontari debba essere “selettivo”.
    Per “selezione” dei volontari non intendo, ovviamente, un giudizio di valore sulla persona, ma una accurata analisi dei possibili punti di contatto tra profilo personale del potenziale candidato e la posizione volontaria da ricoprire (stando attenti, comunque, ad apprezzare le buone intenzioni dell’aspirante volontario).
    Insomma… che lavoro difficile occuparsi di volontari!!!

  15. Martina dice:

    Durante quella che credevo una semplice visita alla famiglia di un amico messicano sono venuta a stretto contatto con la realtà in cui vive moltissima gente nelle zone rurali dei paesi del terzo mondo. Ho soggiornato per mesi in una casa costruita con travi di legno e pietre il cui tetto era costituito da lamina e teli di plastica. Senza doccia o acqua corrente e senza stufa…per fortuna c’era l’elettricità (e Skype..incredibile)…..Mi sono fermata nel villaggio poichè ho avuto la possibilità di poter insegnare la lingua inglese ai ragazzi della scuola superiore. Quindi l’avventura è iniziata e anche la realistica presa di coscienza delle difficoltà e delle immediate necessità di quei ragazzi e della gente del luogo… ho capito che anche ciò che per noi è banale e scontato può fare la differenza per una persona che vive in queste condizioni..far capire ad una donna di casa le piu semplici norme igieniche e di prevenzione, fornire i contadini di stivali per proteggersi dai morsi delle vipere, organizzare attività ricreative nuove e coinvolgenti per i ragazzi, creare spazi per alloggiare gli studenti provenienti dai villaggi lontani, educare all’amministrazione del denaro, provvedere le scuole di computer….ne avrei una marea di esempi…ho visto l’impegno delle organizzazioni per educare, scolarizzare,sostenere queste persone e durante il mio soggiorno ho partecipato e addirittura ideato un mio piccolissimo progetto…..ora sono tornata in Italia,cerco lavoro e vorrei unirmi all’impegno delle organizzazioni. Poter contribuire anche da lontano a progetti volti a migliorare le condizioni di popolazioni molto meno fortunate di noi darebbe un grandissimo valore al mio lavoro! E, egoisticamente parlando, darebbe molto piu valore anche alla mia vita…..

  16. Gianni Neri dice:

    salve a tutti,
    sono gianni ho 24 anni e studio ingegneria idraulica presso l’università di Bologna!! credo che ciò che mi spinga ad avvicinarmi al no profit sia il bisogno di dare un senso maggiore, più alto, alla mia esperienza professionale!!unire da una parte ciò che hai studiato per anni, applicarlo..e nello stesso tempo sapere che quello che stai facendo è utile a qualcun’altro!! mi piacerebbe poter lavorare per un associazione NO PROFIT nel campo dell’ingegneria, non mi interessa l’ammontare dello stipendio..solo il minimo necessario per una vita umile..qualcuno conosce qualche associazione del genere?o conosce qualcosa che possa aiutarmi??grazie

  17. Lara dice:

    Avete presente quando si dice: lavorare per passione? Bene… mi piacerebbe intraprendere un percorso professionale nel nonprofit in Italia. Sono laureata in Ingegneria Gestionale ma questo è solo uno dei gradini da salire. Sottolineo “in Italia” perchè purtroppo qui manca un pò questa cultura e se poche organizzazioni hanno voglia di investire in questo campo sarà davvero dura. Prima del nonprofit bisognerebbe riformulare una cultura del lavoro, dell’insegnamento (sul posto di lavoro) e dell’etica professionale. Il guadagno viene comunque anche se si lavora “bene”.

  18. Max dice:

    salve non sono proprio di primo pelo, ho 43 anni, abbastanza stufo della mia professione di architetto. Sono appassionato d’Africa e vorrei lavorare per qualche associazione No profit, lo stipendio, almeno per quanto mi riguarda è importante ma non fondamentale, lo è invece la soddisfazione che si dovrebbe trarre nel fare qualcosa per qualcuno molto meno fortunato del sottoscritto. Mi ci è voluto un pò di tempo forse troppo, ma ora sono pronto. Se qualcuno conosce qualche associazione io posso contribuire come progettista architetto a realizzare delle infrastutture nei luoghi dove necessitino. Grazie infinite a chi saprà dove indirizzarmi.

  19. Gianni Solfrini dice:

    Salve! Il suo profilo è sicuramente interessante per tutte le organizzazioni non governative impegnate nei paesi in via di sviluppo, sempre alla ricerca di “tecnici” con cui collaborare per progetti specifici sul territorio. Le opportunità sono veramente tante! Gianni Solfrini

  20. Paola dice:

    Salve a tutti!Sono una laureanda in Scienze politiche indirizzo politico-internazioale e la mia tesi ( a breve) la discuterò proprio sulla cooperazione allo sviluppo e i diritti umani.
    Da quando ho iniziato a studiare la mia attenzione si è rivolta alle ONLUS E ONG e vorrei specializzarmi anche prima di laurearmi per poter iniziare a lavorare nel no profit.Ho pensato di iniziare a seguire dei corsi di formazione magari cominciando con uno per specializzarmi nella creazione di progetti.In questo momento lavoro e visto che non sono soddisfatta di quello che faccio vorrei al più presto cambiare visto che non vedo l’ora di poter usare il mio lavoro e il mio tempo per migliorare realtà che oggi sono disastrose.
    Datemi qualche consiglio o suggerimento.
    vi faccio presente che vivo a Roma.
    Ringrazio anticipatamente chi mi risponderà.

  21. Gianni Solfrini dice:

    Gentile Paola, se il suo desiderio è di occuparsi di cooperazione allo sviluppo, è bene individui, al più presto, una funzione all’interno della quale andare ad operare. Mi spiego. Se il settore è chiaro (quello della cooperazione allo sviluppo), deve scegliere anche il “mestiere” che vuole fare (risorse umane, fundraising/comunicazione, progettazione, …). Dal suo intervento penso lei punti sulla progettazione. Se così è, sicuramente le consiglio di entrare in una ong nella funzione progettazione/gestione progetti (da accompagnare, se le è possibile, ad un corso, di qualità, in progettazione/gestione/rendicontazione di interventi nei paesi in via di sviluppo). Per entrare in una ong di Roma, individui tutte le realtà della zona (ce ne sono veramente tante) e poi si autocandidi (magari verso quelle di maggiore interesse)! In bocca al lupo!

  22. Paola dice:

    La ringrazio molto per il suo suggerimento.
    Si ha ragione io punto alla progettazione.
    Può suggerirmi qualche ente che fa dei corsi di qualità sulla progettazione?
    La ringrazio anticipatamente e…..crepi il lupo!!!!!!

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