Il Terzo Settore risente della crisi? In questo particolare momento, cosa fare in ambito occupazionale? Quali sono le strategie da adottare affinchè il nonprofit non viva i numerosi drammi che attanagliano grandi e piccole aziende profit?
Lo chiediamo a Giulio D’Imperio, tra i massimi pensatori sul rapporto di lavoro nel Terzo Settore.
Alla luce della crisi che sta attanagliando inevitabilmente anche il terzo settore, quali suggerimenti sente di consigliare in ambito occupazionale?
Devo dire che in questo momento di profonda crisi economica diventa difficile fornire consigli relativi all’occupazione perché il primo grande problema da risolvere è senza dubbio quello legato all’aspetto finanziario. Certamente in questo momento sarebbe interessante procedere ad accordi sindacali che possano permettere alle realtà non profit di giungere all’applicazione di contratti di solidarietà che prevedono di fatto una riduzione della retribuzione salvaguardando i posti di lavoro. Altro importante suggerimento è quello di procedere in questo momento ad una rivisitazione dell’aspetto organizzativo lavoristico, magari affidandosi ad un buon consulente, per capire le positività e gli errori da correggere in modo da poter ripartire nel modo migliore.
L’aspetto formativo, in questo momento storico, lo ritiene importante?
Certamente, anzi sarebbe opportuno che in questo momento le realtà non profit procedano anche ad investire sulla formazione dei propri lavoratori, in modo da non perdere uno degli aspetti importanti nell’economia aziendale.
Avere oggi un responsabile del personale qualificato per una azienda del terzo settore quanto può rivelarsi importante in questo particolare momento?
Guardi, ho sempre ritenuto la figura del responsabile del personale una delle figure cardini in una azienda sia profit che non profit, purchè qualificato. Tale mia convinzione si basa sulla convinzione che avere un qualificato responsabile del personale, che conosca bene la normativa diventa strategico per una azienda in quanto il costo del personale è sicuramente uno dei più elevati nel bilancio della stessa. Ed è per questo che da sempre ho avanzato l’ipotesi di dover creare in Italia una scuola per responsabili del personale che di fatto sarebbe la prima in assoluto.
Sappiamo che lei spesso sulla mailing list di lista etica offre spunti interessanti di riflessione come ad esempio l’ultima dal titolo: “Quali possibili strumenti per salvaguardare l’occupazione nel terzo settore”. Ha avuto risposte?
Qualcuna, ma non direttamente su lista etica, ma in privato. Sinceramente mi sarei aspettato un interessamento da parte di grosse realtà del non profit, che in questo momento dovrebbero fungere da punto di riferimento per le numerose realtà. Eppure contattarmi non è poi così impossibile.
Mi creda in questo momento molti sarebbero i suggerimenti che è possibile fornire alle aziende del terzo settore, naturalmente valutando caso per caso.
Le pongo una domanda, forse cattiva: non crede a volte di essere un idealista in un mondo, come quello del terzo settore, per il quale non si fa nulla per farlo decollare?
A volte si, ha ragione. Purtroppo ritengo che se il terzo settore non si spoliticizza, dando spazio a figure volenterose e capaci avrà pochissimi margini di crescita. Credo ancora che qualcuno possa rinsavire ed operare per far decollare l’intero settore, che nei prossimi anni potrebbe diventare il settore trainante dell’economia del nostro paese. Però quando mi fermo a riflettere mi rendo conto di vivere in Italia, dove purtroppo le autentiche professionalità e competenze non potranno mai trovare spazio perché finiscono con l’oscurare i mediocri spesso posti ai posti di comando.


martedì 14 aprile 2009 alle 05:19
Giulio ha ragione, ma l’idea che il nonprofit possa mai essere spoliticizzato in Italia è un sogno oggi.
L’unico modo per spoliticizzarlo è far si che le persone siano più partecipi nel nonprofit. Finchè ad esempio il fundraising non sarà una realtà significativa nel settore educativo ad esempio o dell’assistenza a categorie svantaggiate sarà impossibile far si che appalti vengano date a cooperative di un certo “colore politico” piuttosto che ad altre. Mi spiego meglio: finchè la sostenibilità di tali settori è basata esclusivamente su bandi, convenzioni con enti pubblici e non sulla raccolta fondi da privati difficilmente le cose potranno cambiare