Il nonprofit italiano, come sappiamo, è fatto di tante piccole organizzazioni. Oltre alle grandissime cooperative sociali e Fondazioni, oltre alle più strutturate ONG e Associazioni, c’è un esercito di numerose piccole aziende (che vogliono crescere e “agire” sul territorio).
Come per il profit, sembra che la maggior parte delle possibilità occupazionali nel nonprofit si possa individuare proprio all’interno di organizzazioni con un organico contenuto. I contabili/esperti in rendicontazione, i fundraiser, gli esperti di reclutamento e fidelizzazione volontari, i progettisti… sicuramente possono puntare ad un inserimento all’interno di piccole realtà (magari “sporcandosi” anche con attività da “tuttofare”). Questa immensa sfera occupazionale, tuttavia, è spesso nascosta e non reclamizzata. A differenza delle grandi aziende (che usano strumenti di comunicazione della posizione vacante), le piccole realtà spesso si trovano in difficoltà nel reclamizzare opportunità di impiego (o, semplicemente, utilizzano il passaparola per la ricerca del candidato ideale).
Le maggiori opportunità di impiego sono nelle piccole aziende nonprofit. Tuttavia, le proposte di impiego che pervengono da queste strutture presentano dei forti limiti. Molto spesso i compensi non sono decorosi. Frequentemente, quanto scritto nel contratto di lavoro non coincide con quanto realmente si fa (si vedano i tanti collaboratori che, in realtà, “fanno” vita da dipendenti). Molto spesso l’organizzazione non è in grado di garantire una continuità nella collaborazione.
Tutti questi motivi, purtroppo, spingono sempre più persone ad abbandonare il nonprofit. Certo… c’è la “buona causa”, che trattiene tante persone preparate… Ma quante persone, prese dallo sconforto, affermano “Ho dovuto trovare lavoro nel profit, perchè il nonprofit non mi dà da mangiare”?
Sono temi che solleva anche Giulio D’Imperio nel suo ultimo intervento su lista Etica.
Ecco le parole di D’Imperio…: “Purtroppo devo ancora una volta affermare che in un momento a dir poco critico come questo, invece di sforzarsi a trovare o proporre rimedi che di fatto possano salvare migliaia di posti di lavoro, in modo da far ’sopravvivere’ molte famiglie, si continua ad organizzare giornate di studio sulla responsabilità sociale d’impresa, o su altri argomenti sì interessanti, ma che di fatto non aiutano nessuno. Si continua a parlare di società civile da parte del terzo settore, quando migliaia di lavoratori in questo settore o lavorano in nero oppure, quando va bene, operano con dei contratti al limite della decenza.”
L’intervento di D’Imperio si chiude con l’autore che sprona a porci una domanda: “Ci siamo illusi?”
Io mi chiedo… quanti, preparati giovani e meno giovani, scapperanno dal nonprofit?

venerdì 16 ottobre 2009 alle 00:23
C’è poco da commentare, in Italia manca la cultura del no profit ed è un paese poco serio così come poco serie sono la stragrande maggioranza di associazioni. Lo dico con amarezza ma dopo oltre 20 anni di militanza all’interno di associazioni, fondazioni, coop sociali ne sono disgustato. Nonostante tutto ogni settimana continuo a svolgere con i miei fratelli servizio presso l’associazione di appartenenza….ma per favore nn mi parlate di management del no profit quando la stragrande maggioranza dei dirigenti sono persone prive di qualsiasi valore morale e culturale.
martedì 30 marzo 2010 alle 14:58
Credo ne scapperanno tanti, tanti e ancora tanti… senza contare ki vorrebbe entrare ma gli vengono chiuse le porte in faccia! Figuriamoci ke molte associazioni richiedono CV dettagliati, referenze, lauree, master ed esperienza in cambio di cosa? Un “contratto” a progetto quando va bene altrimenti… STAGE!!!!
Ma per LAVORARE gratis servono tante competenze???
Mi sembra un vero controsenso tipicamente italiano.
Grazie a presto…